La diminuzione dei pesci nel lago di Bolsena non sarebbe riconducibile soltanto alla presenza crescente dei cormorani. A sostenerlo è Massimiliano Petrini, ex pescatore di Marta, intervenuto nel dibattito sulle condizioni del bacino e sulle difficoltà che interessano il settore della pesca.
Secondo Petrini, i cormorani rappresentano un elemento visibile del problema, ma concentrarsi esclusivamente sulla loro presenza rischia di lasciare in secondo piano cause più profonde. Tra queste, indica l’eutrofizzazione, un processo legato all’eccessiva presenza di sostanze nutritive nelle acque, in particolare azoto e fosforo.
Le sostanze che arrivano nel bacino
Tra le possibili fonti vengono citati i fertilizzanti utilizzati nei terreni agricoli del bacino e gli scarichi fognari mal depurati o non collettati. L’accumulo di nutrienti favorisce la crescita di alghe microscopiche e fitoplancton. Quando questi organismi muoiono e si depositano sul fondo, la loro decomposizione consuma grandi quantità di ossigeno.
È proprio la carenza di ossigeno nelle acque più fredde e profonde, secondo l’ex pescatore, a incidere sulle condizioni delle specie che vivono sul fondale. Il coregone, in particolare, ha bisogno di acqua limpida, fredda e ricca di ossigeno. Se l’ossigeno viene meno, il pesce non riesce a respirare e la crisi può ripercuotersi sull’intero equilibrio del lago.
Pesca illegale e uso delle reti
Petrini richiama inoltre la responsabilità dello stesso comparto della pesca, chiedendo un esame di coscienza soprattutto sul fenomeno della pesca di frodo durante il fermo biologico. In queste occasioni, sostiene, verrebbero prelevate quantità rilevanti di coregone in una sola notte, con un impatto che considera superiore a quello attribuito a un singolo cormorano.
Nel suo intervento vengono contestati anche l’uso delle reti a strascico da riva e gli effetti che questa pratica avrebbe sulle diverse specie presenti nel lago. Oltre ai lattarini, verrebbero coinvolti tinche, coregoni, persici reali e altri pesci. La tesi espressa è che il problema debba essere affrontato considerando l’insieme dei fattori che incidono sull’ecosistema, senza individuare un unico responsabile.
Per Petrini, se la perdita di ossigeno continuerà a interessare i fondali, a essere minacciati non saranno soltanto la fauna selvatica e il patrimonio naturale del lago di Bolsena, ma anche il lavoro di chi vive di pesca e le prospettive delle generazioni future.