L’inflazione si fa sentire anche nella Tuscia, e per le famiglie viterbesi si preannuncia un anno di sacrifici. Secondo la classifica nazionale stilata dall’Unione nazionale consumatori, basata sugli ultimi dati Istat di maggio 2026, Viterbo si posiziona a metà classifica, precisamente al 56esimo posto in Italia. Questo significa che la nostra provincia si trova in una situazione apparentemente più leggera rispetto alle grandi metropoli, ma i numeri parlano d’altro. L’inflazione annua nel territorio è arrivata al 2,6%, una percentuale che si traduce concretamente in una stangata da 729 euro in più all’anno per ogni nucleo familiare medio. Una cifra inferiore rispetto agli 808 euro della media nazionale, ma comunque pesante.
L’effetto della crisi internazionale sui prezzi
Dietro questa impennata improvvisa del costo della vita c’è una causa geopolitica precisa che sta condizionando i mercati globali. Gli esperti parlano infatti di un pesante effetto causato dal conflitto in Iran, che ha fatto schizzare i costi nel giro di pochissimi mesi. Questa situazione ha colpito in modo diretto i beni energetici, provocando rincari sulle bollette di luce e gas, e in modo indiretto tutti gli altri settori. I beni e i servizi che dipendono dai trasporti e dalla logistica hanno subito i rialzi maggiori. A livello nazionale la batosta si vede nel confronto con i mesi passati, dato che in molte città l’inflazione è quasi triplicata da fine 2025, trascinando verso l’alto anche i prezzi nei negozi della nostra provincia.
Il paradosso dei redditi più bassi
Anche se Viterbo registra un’inflazione più bassa rispetto al 3,6% di Roma, l’impatto reale sulle tasche delle persone rischia di essere ancora più doloroso. Lo studio territoriale della Cgil evidenzia infatti un forte divario economico tra le province e la Capitale, con il gap del reddito medio che è salito a 6mila 735 euro. Nella Tuscia c’è una concentrazione molto elevata di persone che dichiarano redditi inferiori ai 10mila euro all’anno. Questo significa che il peso economico dei rincari morde di più in provincia, perché le famiglie con le entrate più basse si trovano a spendere quasi tutto lo stipendio per le spese obbligate come l’affitto, le bollette e il cibo, senza avere la possibilità di risparmiare.
Andando a guardare nel dettaglio i consumi quotidiani, l’erosione del potere d’acquisto colpisce i beni di prima necessità di cui nessuno può fare a meno. L’analisi sindacale mostra che a trainare i rialzi sono prima di tutto le spese per la casa e l’energia, seguite subito dopo dai beni alimentari e dai servizi di ristorazione. Tra i prodotti da scaffale che hanno subito i rincari più duri spicca in assoluto l’olio d’oliva, seguito dal burro, dai latticini freschi, dalla farina e dai prodotti da forno. Una struttura dei prezzi che penalizza proprio chi ha meno disponibilità finanziaria, poiché i beni alimentari di base sono quelli che registrano i picchi più alti nei supermercati.