Esito giudiziario

Rapina alla cooperativa di Canino, condannati due imputati

Il collegio ha inflitto cinque anni a un umbro di 47 anni e a un catanese di 51 per il colpo del 2020.

Rapina alla cooperativa di Canino, condannati due imputati

Cinque anni di reclusione ciascuno sono stati inflitti ai due uomini accusati della rapina alla cooperativa Doganella di Canino, avvenuta il 6 novembre 2020. La decisione è stata presa dal collegio presieduto dal giudice Savina Poli nei confronti di un 47enne umbro e di un 51enne catanese, ritenuti responsabili del colpo.

Secondo la ricostruzione al centro del procedimento, i due avrebbero agito intorno alle 18.30, quando, con il volto coperto, avrebbero sorpreso un dipendente nel parcheggio della struttura. Successivamente sarebbero entrati negli uffici della cooperativa e, sotto la minaccia di una pistola, si sarebbero fatti consegnare l’incasso della giornata, pari a circa 1.800 euro.

La ricostruzione dell’assalto

Prima della fuga, i rapinatori avrebbero rinchiuso in un deposito i tre dipendenti presenti nella cooperativa, lasciandoli all’interno. Le indagini si sono concentrate anche sugli elementi raccolti sulla scena. I carabinieri del Ris hanno esaminato sei reperti, tra cui uno scaldacollo, un cappellino da baseball, guanti in lattice e un fazzoletto di carta.

Un mozzicone di sigaretta è stato invece ricondotto al 51enne catanese attraverso un profilo genetico già presente nelle banche dati delle forze dell’ordine. Gli accertamenti tecnici hanno rappresentato uno degli elementi utilizzati dall’accusa per sostenere il coinvolgimento dell’imputato nella rapina.

Le richieste dell’accusa e la difesa

Il pubblico ministero Massimiliano Siddi aveva chiesto una pena più alta: sette anni di reclusione e una multa di 3 mila euro per ciascuno dei due imputati. Il collegio ha stabilito invece la condanna a cinque anni per entrambi.

Nel corso del processo, il 47enne, assistito dall’avvocato Luigi Mancini, ha respinto ogni addebito dichiarandosi estraneo ai fatti. La difesa si è soffermata in particolare sul cappellino sequestrato dagli investigatori: l’uomo ha sostenuto di averlo realizzato insieme a un amico designer e ha spiegato che ne sarebbero stati prodotti circa diecimila esemplari, poi venduti nei locali e sulle spiagge della provincia insieme a portachiavi con la stessa scritta.