La disinformazione online viene descritta come uno degli strumenti della guerra ibrida condotta dalla Russia contro l’Occidente, con particolare attenzione all’Europa. Il fenomeno, già analizzato in diverse inchieste giornalistiche, consiste nella produzione e nella diffusione coordinata di contenuti falsi, tendenziosi o manipolatori attraverso i social network e altre piattaforme digitali.
La struttura della propaganda
Secondo la ricostruzione proposta, i contenuti verrebbero preparati in centri operativi riconducibili a Mosca e successivamente distribuiti a strutture nazionali incaricate di rilanciarli. Migliaia di account, gestiti da persone o automatizzati, contribuirebbero così alla circolazione di post, video e commenti su temi sensibili come la guerra in Ucraina, le sanzioni, l’energia, l’immigrazione e la sfiducia nei confronti dell’Unione europea, della Nato e dei governi occidentali.
Il meccanismo punta soprattutto a moltiplicare la visibilità di messaggi già presenti nel dibattito pubblico. Account coordinati possono rilanciare gli stessi contenuti, aumentare artificialmente commenti e condivisioni e far apparire maggioritaria una posizione minoritaria. L’obiettivo, secondo l’analisi riportata, non sarebbe sempre convincere chi la pensa diversamente, ma rafforzare le convinzioni di utenti già disponibili ad accogliere determinati messaggi.
Nel testo vengono citati, come presunti esempi di questa influenza, la Brexit, alcune elezioni nell’Europa orientale e il sostegno alla causa palestinese in relazione alla guerra a Gaza. Si tratta di interpretazioni e collegamenti presentati nel quadro della ricostruzione, che richiedono verifiche specifiche e non consentono, da soli, di attribuire a un’unica regia l’esito di eventi politici complessi.
Server e finanziamenti
Un episodio indicato come conferma della rilevanza dell’infrastruttura digitale riguarda Yandex, il principale motore di ricerca russo. Il testo riferisce che droni ucraini avrebbero colpito tre server, provocando una riduzione dei flussi di propaganda diretti verso l’Europa: dal 35 per cento dopo la distruzione del primo server fino al 90 per cento al termine dell’attacco. La stessa ricostruzione segnala però il rapido ripristino dei sistemi.
Per quanto riguarda l’Italia, viene riferito che i servizi di sicurezza avrebbero avviato accertamenti sul fenomeno. La presenza di messaggi compatibili con la propaganda russa, tuttavia, non dimostrerebbe automaticamente un collegamento con Mosca da parte di chi li sostiene o li rilancia. Tra i filoni citati figurano le campagne contro il riarmo, i contenuti No Vax, i messaggi ostili all’Ucraina e quelli contro l’immigrazione.
Gli accertamenti, secondo quanto riportato, mirerebbero anche a ricostruire i canali di finanziamento. Tra le ipotesi vengono indicati banner pubblicitari sottratti ai circuiti tradizionali e distribuiti attraverso società specializzate, oltre a pagamenti in criptovalute. Il testo richiama inoltre la segnalazione di almeno quattro influencer che avrebbero prodotto contenuti a pagamento per operatori russi, circostanza oggetto di verifiche.
Infine viene citato un monitoraggio condotto su X dalla società Reputation Manager, secondo cui oltre 32 mila retweet sarebbero stati generati da 6.885 account a partire da 245 post originali riferiti a Roberto Vannacci. Il dato viene presentato come possibile indizio di attività coordinate, ma non costituisce da solo la prova di un finanziamento o di un collegamento diretto con autorità russe. La guerra ibrida comprende, oltre alla dimensione digitale, anche provocazioni, sconfinamenti e iniziative in diverse aree internazionali.