Epigrafe ottocentesca

A Viterbo, la storia di Margherita Ciofi e della sua lapide

Il testo collocato nel luogo di culto chiarisce che il termine indicava una scomparsa precoce, non un sequestro.

A Viterbo, la storia di Margherita Ciofi e della sua lapide

All’interno del santuario di Santa Rosa a Viterbo, tra le navate del luogo di culto più legato alla tradizione cittadina, una lapide continua ad attirare l’attenzione dei visitatori. È dedicata a Margherita Ciofi, giovane appartenente a una delle più antiche famiglie patrizie della città, e reca un’epigrafe che, letta con il significato attuale di alcune parole, può generare un equivoco.

La memoria si trova nella parte inferiore della navata, accanto ai monumenti funebri delle famiglie viterbesi Signorelli e Bianchi. L’iscrizione ricorda Margherita come figlia di Luigi Ciofi e Teresa Mizzelli, precisando che nacque l’11 gennaio 1852 e morì il 24 settembre 1868, a soli sedici anni. Il testo fu fatto collocare dai genitori, dalla nonna e dai fratelli, che la descrissero come una ragazza dal carattere innocente e dai modi gentili.

Il significato di una parola

A colpire è soprattutto il verbo rapita. Nel linguaggio contemporaneo il termine richiama un sequestro di persona, ma nell’uso ottocentesco e letterario poteva indicare anche una vita strappata prematuramente all’affetto dei familiari. Nel caso di Margherita, l’espressione viene riferita alla sua morte precoce, attribuita a una malattia, e non a un episodio criminale.

La formulazione dell’epigrafe riflette il linguaggio e la sensibilità dell’epoca. La giovane viene ricordata attraverso i legami familiari e le qualità personali, mentre il dolore dei congiunti è affidato alle parole incise nel marmo. La lapide rappresenta così non soltanto una testimonianza privata, ma anche uno spaccato delle consuetudini commemorative diffuse nella Tuscia nella seconda metà dell’Ottocento.

La famiglia Ciofi e l’archivio

Margherita apparteneva alla famiglia Ciofi, una dinastia di mercanti e artigiani attestata a Viterbo fin dal XV secolo. Nel corso delle generazioni, alcuni esponenti si dedicarono alla professione forense e alle carriere ecclesiastiche, assumendo già dal Cinquecento ruoli di rilievo nel governo cittadino. Le vicende della casata si intrecciarono in seguito con quelle della famiglia umbra Degli Atti.

Nel Novecento l’unificazione dei cognomi portò anche al riconoscimento del titolo comitale, mentre i discendenti si trasferirono definitivamente a Roma alla fine dell’Ottocento. La storia della famiglia è documentata anche da un patrimonio composto da lettere, atti pubblici e manoscritti culinari di fine secolo, donato dall’ultima discendente, Teresa Venturini, all’Archivio di Stato di Viterbo.

Tra il materiale conservato nell’archivio e la lapide del santuario resta così il ricordo di una vicenda familiare segnata dalla perdita di una ragazza di sedici anni. L’iscrizione continua a offrire ai visitatori un punto di accesso alla storia sociale e culturale della città, oltre a chiarire il significato originario di una parola che, separata dal contesto storico, potrebbe essere interpretata in modo completamente diverso.