Emergono dettagli sul maxiblitz che il 27 maggio ha portato alla chiusura di dieci barber shop a Viterbo. L’arma dei carabinieri svela i retroscena di un’indagine complessa, partita da segnalazioni anonime e culminata non solo nei sigilli alle attività, ma anche in sanzioni per lavoro nero e nel trasferimento in carcere di uno dei responsabili tecnici coinvolti in un precedente filone d’indagine.
Data la portata degli accertamenti, i carabinieri del nucleo ispettorato del lavoro di Viterbo hanno agito in sinergia con i colleghi di Grosseto, Rieti e Terni, supportati dai militari della compagnia di Viterbo e dagli agenti della polizia locale. Le indagini, durate mesi, erano nate proprio da alcune soffiate anonime. I successivi riscontri hanno confermato i sospetti: i dipendenti dei saloni – tutti cittadini extracomunitari – esercitavano la professione di barbiere senza aver mai frequentato i corsi di formazione obbligatori per legge.
Falsi attestati e lavoro nero
A coprire l’illegalità c’erano attestati professionali falsi: gli investigatori hanno contattato gli enti formativi che risultavano aver emesso i titoli, ricevendone un totale disconoscimento. I certificati erano, a tutti gli effetti, carta straccia. Oltre alla totale assenza dei requisiti professionali previsti dalla legge 174/2005 (che impone la figura permanente di un responsabile tecnico abilitato), i militari hanno riscontrato gravi violazioni della normativa sul lavoro.
Durante le ispezioni, che hanno portato all’identificazione di 20 persone, in uno dei saloni è stato scoperto un lavoratore in nero su due presenti. Per questa specifica attività, oltre alla chiusura comunale, è scattato un parallelo provvedimento di sospensione dell’attività imprenditoriale firmato dal nil di Terni, accompagnato da una sanzione di 6.400 euro.
Un precedente significativo
Le indagini sui falsi attestati avevano già colpito nei mesi scorsi un barber shop a Montefiascone. In quel caso, il responsabile tecnico del locale era stato denunciato all’autorità giudiziaria per l’uso di un certificato fasullo e sottoposto agli arresti domiciliari. Ma, proprio nelle scorse settimane, il gip ha revocato la misura cautelare soft: l’uomo è stato condotto al carcere di Mammagialla in esecuzione di un provvedimento di carcerazione emesso dal giudice di sorveglianza di Viterbo, eseguito dalla sezione anticrimine della Questura in collaborazione con il nil.