Il gas radon, invisibile e inodore, rappresenta una grave minaccia per la salute nella provincia di Viterbo, che è tra le zone italiane con le più alte concentrazioni di questo elemento tossico. La Regione Lazio sta mostrando ritardi preoccupanti nella mappatura delle aree a rischio, un passaggio fondamentale per avviare le necessarie misure di risanamento.
Il radon si accumula lentamente negli spazi chiusi e, a differenza di altri inquinanti, non provoca sintomi immediati, contrariamente ai rischi per la salute che emergono solo a lungo termine. I dati dell’Istituto Superiore di Sanità indicano il radon come la seconda causa di tumore al polmone dopo il fumo di sigaretta, evidenziando la necessità di iniziative urgenti per proteggere la popolazione.
Una minaccia geologica
La specifica geologia della Tuscia, caratterizzata da un sottosuolo di origine vulcanica e dall’uso di materiali da costruzione locali, favorisce ulteriormente l’accumulo di radon. Monitoraggi condotti da Arpa Lazio hanno rivelato superamenti frequenti dei limiti consentiti, con valori che talvolta superano i 1000 becquerel per metro cubo nei locali interrati e seminterrati. Questa condizione è preoccupante, con potenziali effetti sull’aria e anche sull’acqua, poiché sono stati riscontrati livelli di Radon-222 nelle reti idriche in alcuni comuni, come Capranica e Nepi.
Attese misure di intervento
Nonostante le normative come il decreto legislativo 101 del 2020 stabiliscano l’obbligo per le Regioni di individuare le zone prioritarie per il radon, la mancanza di un elenco ufficiale di queste aree in Lazio rende impossibile l’avvio di azioni di monitoraggio e risanamento. La burocrazia sta paralizzando il processo, impedendo ai comuni di attuare ordinanze necessarie e accedere ai fondi per la bonifica. Occorre una risposta immediata e adeguata, soprattutto ora che le normative nazionali impongono requisiti più severi per le nuove costruzioni, abbassando la soglia massima progettuale a 200 becquerel per metro cubo.