Memoria civica

I Giannotti, cinque secoli di storia a Tuscania

Documenti, ruoli pubblici e beni immobili ricostruiscono il percorso di una famiglia tra Medioevo ed età moderna.

I Giannotti, cinque secoli di storia a Tuscania

Per quasi cinque secoli la famiglia Giannotti rappresentò una presenza importante nella vita economica, amministrativa e religiosa di Tuscania, allora spesso indicata come Toscanella. Le prime tracce documentarie risalgono al 1438, quando Stefano Giannotti, originario di Firenze, abitava nella contrada di San Pellegrino, nel quartiere dei Castelli. Da quel primo insediamento si sviluppò una famiglia articolata, composta da amministratori, notai, allevatori, religiosi e proprietari terrieri.

Nel corso del Quattrocento e del Cinquecento diversi membri ricoprirono incarichi pubblici. Paolo di Stefano fu assessore comunale nel 1452, mentre Sebastiano di Giovanni e Mario di Francesco esercitarono a loro volta funzioni amministrative. L’attività economica della casata era legata soprattutto all’agricoltura e all’allevamento: Antonio di Giovanni, nel 1498, è ricordato come coltivatore di foraggi e allevatore, mentre altri esponenti possedevano terreni, vigne, prati e bestiame nelle campagne circostanti.

Il palazzo e il ruolo nella comunità

Tra le figure più rilevanti emerge Antonio di Francesco, descritto come uno degli uomini più ricchi della città. Nel 1538 risultava proprietario di abitazioni, vigne, prati, magazzini e vaste estensioni di terreno nelle contrade della Petrella, di Vallingo, del Muratolo, di Valle Guidone, del Pian di San Giusto, dell’Arrone, di Acqua Viola, di Capecchio e della Riserva. Fu gonfaloniere del popolo in più occasioni, notaio e rappresentante del Comune in missioni a Roma. A lui è attribuito l’avvio della costruzione del palazzo Giannotti, edificio rinascimentale a pianta quadrangolare, con cortile interno, portale bugnato e finestre in nenfro.

Il palazzo venne completato negli anni successivi, in particolare durante la vita di Francesco Giannotti, nato nel 1533. Dopo aver viaggiato in diverse città italiane, Francesco si stabilì a Roma, dove esercitò l’avvocatura, ottenne la cittadinanza romana e frequentò gli ambienti del cardinale Alessandro Farnese e del poeta Antonio Ongaro. Tornato a Tuscania, ricoprì incarichi comunali, si occupò della gestione dei pascoli e partecipò a diverse ambascerie presso le autorità pontificie.

Un autore per la memoria di Toscanella

Francesco fu anche uno dei maggiori allevatori di ovini del territorio e ricoprì più volte l’incarico di gonfaloniere. Intorno al 1590 scrisse il Breve e compendioso discorso dell’antichità di Toscanella, opera dedicata alla posizione, ai monumenti e alla storia della città. Nel testo difese l’identità di Tuscania dalle ricostruzioni considerate false del frate viterbese Giovanni Nanni, detto Annio, accusato di avere alterato la storia antica per esaltare Viterbo. Il manoscritto fu letto anche da Antonio Ongaro, che dedicò un sonetto alla città.

Francesco morì nel 1607 e fu sepolto nella chiesa di San Francesco, dove la famiglia possedeva la cappella del Crocifisso. Il suo successore e figlio adottivo, Pietro Paolo, proseguì l’attività amministrativa e la gestione dei terreni e dei pascoli comunali. Altri componenti della famiglia furono notai, cancellieri, consiglieri e capitani della Fiera di maggio. Nel Seicento Marco Antonio di Pietro Paolo si occupò anche di opere pubbliche, tra cui interventi per l’utilizzo dell’acqua sulfurea di San Savino, e completò ulteriormente il palazzo di famiglia.

La presenza dei Giannotti proseguì nei secoli successivi attraverso esponenti del clero e dell’amministrazione locale. Don Pasquale di Giovanni Camillo fu parroco e ottenne dal Comune l’autorizzazione a modificare una condotta idrica per portare l’acqua alla propria abitazione, alla cura e all’orto. Don Camillo di Giovanni Camillo, parroco di San Marco e San Silvestro, fu invece deportato a Parma nel periodo dell’occupazione francese per non avere prestato giuramento al governo.

Nel corso dell’Ottocento il palazzo, situato in piazza Indipendenza, passò al Comune e ospitò le scuole elementari femminili affidate alle Maestre Pie di Santa Rosa Venerini. Dopo la Seconda guerra mondiale l’edificio fu diviso in appartamenti per gli sfollati e successivamente divenne sede dell’Istituto professionale di Stato per l’industria e l’artigianato. Oggi ospita l’Accademia delle Arti, con attività dedicate alla musica e alla formazione strumentale. La ricostruzione della vicenda familiare si basa su codici diplomatici, archivi comunali e diocesani, documenti storici e studi dedicati a Tuscania, ai suoi palazzi e alle sue istituzioni.