Tutela animale

Django morto dopo 39 giorni per i liquami nella fossa

Aidaa annuncia un esposto: verifiche su sicurezza, sostanza e responsabilità

Django morto dopo 39 giorni per i liquami nella fossa

Per la morte di Django, il Rottweiler di due anni e mezzo deceduto dopo 39 giorni di agonia, l’associazione Aidaa annuncia la presentazione di un esposto alla procura. Il cane era finito in una fossa a cielo aperto piena di liquami in località Pozzo Ranieri, nella zona della Teverina, a circa 300 metri dall’abitazione dei proprietari.

L’Associazione italiana difesa animali e ambiente chiede che vengano svolte indagini approfondite per chiarire la dinamica dell’accaduto, la natura del materiale presente nella fossa e l’eventuale esistenza di responsabilità. Secondo quanto riferito dall’organizzazione, il pozzo si trovava in aperta campagna, senza recinzioni né cartelli. Una condizione che, oltre ad aver messo in pericolo l’animale, avrebbe potuto esporre a rischi anche le persone che si fossero avvicinate all’area.

Il ritrovamento e le cure

Django era stato trovato il primo luglio, immerso fino al collo in una sostanza scura, fangosa e maleodorante, caratterizzata anche da un forte odore chimico. Durante le ricerche, il proprietario Giuseppe Gasbarri si sarebbe calato nel fossato per recuperarlo, entrando a sua volta in contatto con il materiale. Il cane era stato quindi trasferito in una clinica veterinaria di Viterbo, poi a Terni e infine al policlinico Unicura Roma sud.

Le sue condizioni erano apparse subito molto gravi. Negli atti presentati alla procura viene indicata una grave intossicazione acuta sistemica, che avrebbe reso necessarie la terapia intensiva e l’emodialisi. Django è morto l’8 agosto, dopo aver perso 25 chili e aver riportato una grave compromissione polmonare. La natura esatta della sostanza, così come la sua eventuale provenienza, dovrà essere stabilita attraverso analisi e accertamenti scientifici.

Le richieste dei proprietari

La proprietaria, l’imprenditrice 49enne Sara Carnassale, ha presentato denuncia insieme al compagno al Nipaaf dei carabinieri forestali. Il loro legale, l’avvocato Giacomo Romano, ha chiesto alla procura il sequestro preventivo dell’area, la sua recinzione e l’installazione di segnalazioni. Nell’istanza viene inoltre sollecitato il campionamento della fanghiglia, dei percolati, dei residui e del terreno circostante.

La famiglia chiede anche di verificare l’eventuale presenza di un rischio sanitario e ambientale, coinvolgendo gli enti competenti e valutando, se necessario, misure di contenimento e bonifica. Carnassale ha riferito che lei e il compagno avrebbero accusato disturbi dopo il ritrovamento, con episodi di vomito protratti per circa tre giorni.

Sull’origine del materiale la proprietaria ha formulato alcune ipotesi, legate a possibili scarichi illegali o a sversamenti provenienti da aziende agricole, ma al momento non risultano accertamenti conclusivi. Saranno le analisi a chiarire composizione, provenienza e pericolosità della sostanza. Aidaa ha espresso vicinanza alla famiglia e ha chiesto che, qualora emergano responsabilità, siano adottati provvedimenti.