Conservazione sacra

A Viterbo l’urna di santa Rosa non sarà più esposta al sole

L’intervento ha chiarito l’origine dell’opacità e fissato nuovi criteri per proteggere i resti della patrona

A Viterbo l’urna di santa Rosa non sarà più esposta al sole

La teca che custodisce i resti di santa Rosa, patrona di Viterbo, non dovrà più essere esposta direttamente al sole. È questa una delle principali indicazioni emerse durante l’incontro pubblico organizzato al monastero, dopo l’intervento di conservazione avviato per chiarire le cause dell’opacizzazione del vetro e verificare le condizioni del corpo.

Le operazioni sono iniziate il 29 aprile, quando l’urna è stata aperta con il supporto della strumentazione messa a disposizione dalla Asl di Viterbo. Il lavoro, durato mesi, ha coinvolto specialisti di antropologia, fisica, biologia e restauro dei tessuti. Nel corso della giornata del 18 settembre, i tecnici hanno illustrato le diverse fasi dell’attività, svolta all’interno del monastero e accompagnata dalla comunità religiosa.

Le verifiche sul corpo e sull’urna

A guidare l’équipe è stato Luigi Capasso, docente di antropologia all’università di Chieti e Pescara, già impegnato nel 1995 in una precedente analisi dei resti. All’epoca gli accertamenti erano stati disposti perché il corpo presentava un fenomeno di deterioramento delle vernici sintetiche applicate negli anni Sessanta. Le indagini avevano evidenziato la presenza di fegato e cervello e l’assenza dello sterno, in relazione alla sindrome di Cantrell.

In questa nuova fase, l’attenzione si è concentrata soprattutto sul microclima interno alla teca. L’appannamento del vetro indicava un problema nel sistema di isolamento e rendeva necessaria l’apertura dell’urna, con il rischio potenziale di contaminazione biologica. Capasso ha eseguito due piccole punture sul calcagno, rilevando un tasso di umidità pari a zero, dato compatibile con la conservazione del corpo, descritto come una mummia secca.

Le analisi condotte da Lorenzo Arrizza, fisico del dipartimento di Scienze della Terra dell’università La Sapienza, hanno individuato tracce di mercurio riconducibili alla struttura dell’urna, oltre a composti di cera, silicone e poliestere. Secondo la ricostruzione fornita dagli esperti, l’opacità era dovuta alla sublimazione della cera, passata dallo stato solido a quello gassoso e poi depositatasi sulle pareti trasparenti a causa della combinazione di temperatura e umidità.

La nuova veste e il controllo del microclima

Per ridurre i rischi di contaminazione, il tessuto destinato alla nuova veste è stato sottoposto a un trattamento specifico. Angelo Carai, biologo e direttore del laboratorio di igiene industriale della Asl di Viterbo, ha spiegato che sono state predisposte camere dedicate e utilizzata formaldeide gassosa con concentrazione superiore al 37 per cento, con l’obiettivo di eliminare acari e uova.

Dopo la bonifica, l’urna è stata nuovamente sigillata e riempita di azoto. I tecnici hanno così stabilizzato l’umidità interna al 30 per cento, soglia ritenuta adeguata per la conservazione. Il nuovo saio, realizzato dalla restauratrice Barbara De Dominicis seguendo le indicazioni delle clarisse, è in lino grigio cenere non trattato. Il cordone è stato recuperato dal precedente abito.

Durante l’incontro, suor Carmela Salvato, madre badessa del monastero, ha sottolineato il valore religioso e scientifico dell’intervento. Don Massimiliano Balsi ha invece richiamato il significato spirituale della reliquia e della figura della giovane patrona. Alla presentazione hanno partecipato anche rappresentanti della Asl, delle istituzioni locali e regionali, del Sodalizio dei facchini e delle forze dell’ordine. L’indicazione conclusiva degli esperti riguarda la gestione futura della teca: evitare l’esposizione al sole, perché la temperatura può aumentare rapidamente favorendo nuovi fenomeni di sublimazione della cera.